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Pay per click: primo, non deluderli

Posted in buone prassi, checklist on August 16th, 2010 by Alessandra Farabegoli – Be the first to comment

Uno degli errori più frequenti quando si fa pubblicità online – che si tratti di banner, di link sponsorizzati Google, di advertising su Facebook (*) – è quello di non creare una “pagina di arrivo” specifica, che sia la naturale continuazione della promessa fatta con l’annuncio.

(stiamo parlando naturalmente di campagne pensate con l’obiettivo di promuovere un prodotto o un servizio o un’offerta, non di pubblicità fatte per far vedere com’è bello il nostro logo.. ma di questo scriveremo un’altra volta)

In particolare, se stiamo conducendo una campagna Pay per Click, cioè il costo della nostra campagna dipende dal numero di volte in cui il nostro annuncio o banner viene cliccato, il rapporto costi/benefici migliorerà enormemente se aumentiamo la probabilità che chi clicca sul nostro annuncio prosegua poi chiedendoci informazioni, lasciandoci il proprio recapito o comperando i nostri prodotti. In caso contrario, avremo buttato i soldi spesi per ottenere quel click.

L’errore classico che molti fanno è quello di creare un annuncio specifico (ad esempio, un’offerta speciale) e farlo “atterrare” sulla homepage del sito, dove l’offerta magari non c’è o, se c’è, è affogata in mezzo a tutte le notizie della home.

Ma ci sono errori più sottili, come quello che mi è capitato sotto gli occhi oggi. Mi stavo chiedendo se fosse il caso di procurarmi un antivirus per il mio Mac, e, per saperne di più, ho fatto una ricerca su Google.

In cima ai risultati della ricerca, ecco un link sponsorizzato, che mi suggeriva di andare direttamente all’Apple Store per trovare l’antivirus giusto. Visto che ero curiosa di sapere i prezzi degli antivirus commerciali, per valutarli come possibile alternativa a quelli gratuiti, ho seguito il link – e facendo questo, ho naturalmente  consumato un po’ del budget giornaliero della campagna..

… per arrivare non a una pagina già preimpostata sulla ricerca degli antivirus, ma sulla pagina generica del software per Mac, dove mi venivano proposti software grafici e pacchetti di office automation.

Ora, se chi ha cura le campagne pay per click della Apple è stato tanto bravo da creare annunci specifici per le singole categorie di software, perché non completare il lavoro portando le persone direttamente a quel che stavano cercando, senza chiedere loro di compiere da soli un’ulteriore ricerca?

Perché spendere soldi per irritare i propri possibili clienti?

(*) PS: proprio oggi sul Tagliablog è uscito un articolo molto utile e interessante sulla pubblicità dentro a Facebook, da leggere!

Posizionarsi bene sui motori di ricerca in tre semplici mosse

Posted in checklist on April 13th, 2010 by Alessandra Farabegoli – Be the first to comment

Attenzione: ho detto SEMPLICI, non FACILI ;-)

Giovedì scorso ho avuto il piacere di assistere a un seminario sulla Search Engine Optimization tenuto da Sean Carlos, un serio professionista del settore. Credo che Sean non me ne vorrà se riassumo qui quello che ci ha raccontato, e che peraltro corrisponde alle linee guida che cerco di seguire da anni; per chi ne voglia sapere di più, consiglio senz’altro di informarsi sui corsi SEO tenuti dalla sua società Antezeta (e, se siete in tanti, magari riusciamo a organizzarne uno in Romagna).

Come tutti sanno, un buon posizionamento sui motori di ricerca significa farsi trovare dalle persone (e in particolare da possibili clienti) proprio nel momento giusto, quello in cui hanno bisogno di noi: il che è mille volte meglio che spendere tempo e soldi per rompere le scatole a chi non è interessato.

Alcuni venditori poco seri propagandano l’idea che “arrivare primi sui motori di ricerca” sia questione di trucchi, o di “acquistare un pacchetto”. In realtà, i pilastri su cui poggia un buon posizionamento “organico” sono tutti declinazione del “lavorare bene”. Vediamoli uno per uno.

1. Studiare il comportamento dei navigatori

Capire come si comportano le persone quando cercano qualcosa online ci aiuta a fargli trovare meglio ciò che cercano. Quali parole vengono usate per cercare i nostri prodotti e servizi? Siamo sicuri che siano le stesse con cui noi li abbiamo descritti? Abbiamo parlato di ciò che offriamo in un linguaggio chiaro, o ci siamo sbrodolati addosso con la retorica della pubblicità? Come dico spesso ai miei clienti, magari sarà anche vero che le persone vogliono acquistare raffinate emozioni, ma sicuramente, poi, googlano divani in pelle.

Due strumenti preziosi per capire su quali parole chiave puntare sono Google Insights, che ci fornisce i trend di utilizzo delle keyword di ricerca, e lo Strumento per le parole chiave di Google Adwords, che ci aiuta a trovare parole chiave attinenti al nostro argomento (o al nostro sito: possiamo infatti “dargli in pasto” le nostre pagine, per farci suggerire parole chiave correlate).

Integrare le parole chiave nei testi e nei titoli è utile, ma va fatto in modo naturale, senza infarcire le pagine con sfilze di keyword  forzate che danno subito l’idea del “sto cercando di convincerti con tutte le mie forze”. Se ne accorgono perfino gli algoritmi di Google, se state esagerando..

2. Buon codice HTML

Le pagine costruite usando un codice HTML corretto sono molto apprezzate dai motori di ricerca, perché il testo che contengono può essere analizzato dagli spider, e perché mettere i contenuti rilevanti all’interno di “tag rilevanti” (in particolare il <TITLE> della pagina e i titoli e sottotitoli – tag <H1>, <H2>, e così via) è un segnale di attinenza rispetto a quelle parole chiave.

Il <TITLE> della pagina (quello che leggete in cima alla finestra del browser, o che vi viene proposto come segnalibro quando salvate una pagina nei Preferiti) è anche il testo che compare, linkato, nella pagina dei risultati di ricerca di Google: impostarlo in modo sensato vuol dire aumentare la probabilità che chi lo legge clicchi sul link. Ma quante volte trovo ancora pagine intitolate “Nuovo documento no.1″…

Le descrizioni alternative delle immagini (attributo ALT del tag <IMG>) sono anch’esse lette e pesate dai motori, oltre ad essere essenziali per rendere il sito accessibile a chi lo naviga con browser non visuali.

Il metatag “description” invece viene spesso usato per le tre righe di descrizione che vengono visualizzate nei risultati, fra il titolo e il link: anche se non incide in modo diretto sul posizionamento, influenza senz’altro il comportamento dei navigatori, inducendoli a seguire o meno il link. Un URL leggibile e legato come significato all’argomento della pagina è un ulteriore punto di vantaggio.

Il vecchio dilemma “sito HTML o sito in Flash?” è un problema di facile soluzione: buttate Flash nel cestino, a meno che non vi serva per contenuti specifici quali istruzioni animate o video (ma anche in questo caso, comunque, la struttura del sito sarà tutta in HTML). Anche se in teoria è possibile costruire un sito in Flash che sia navigabile dai motori, nella pratica chi lavora in Flash non ha, nella quasi totalità dei casi, le competenze tecniche per farlo, e anche avendole il lavoro necessario è molto oneroso (leggi: vi conviene investire meglio i vostri soldi). Se proprio vi servono gli “effetti speciali”, oggi li potete ottenere usando Javascript o HTML5 – a patto, ovviamente, di affidare il lavoro a un bravo sviluppatore web, non a un grafico convertitosi alla rete.

Buon codice HTML significa anche pagine più veloci; poiché anche la velocità di caricamento influenza il ranking delle pagine su Google, vedete che scegliere un bravo sviluppatore e/o una piattaforma che generi buon codice HTML vi conviene in ogni senso.

3. Offrire contenuti rilevanti e guadagnare link verso il nostro sito

Google misura la rilevanza dei siti in base al numero di link che essi ricevono dall’esterno e alla “rilevanza” dei siti da cui provengono i link.

Per guadagnare link, soprattutto da fonti autorevoli, il sistema in assoluto migliore – anche nel tempo – è quello di produrre contenuti interessanti, e se possibile aggiornarli spesso.

I trucchi del tipo “io linko te, tu linki me” o “A linka B, B linka C, C linka A” vengono penalizzati con una valutazione inferiore del peso dei link reciproci (e la potenza di calcolo di Google è ormai in grado di individuare i circuiti di scambio link più intricati).

Se aggiornate spesso il vostro sito, aggiungendo nuovi contenuti, anche nel caso in cui qualcuno riporti integralmente un vostro testo, Google – controllandovi spesso – sarà in grado di indentificarvi come “fonte originale” e di attribuirvi una rilevanza maggiore di quella di chi vi cita; inoltre, se gli altri autori sono stati corretti e vi hanno linkato come autori del testo che riportavano, il link stesso contribuirà al vostro ranking.

È per questo che, in genere, i blog hanno un Google Rank alto: gli aggiornamenti frequenti e il fatto che chi scrive lo fa perché animato da passione e interesse fanno sì che il testo risulti ricco di parole chiave, e anche che i curatori di altri siti siano motivati a citarvi.

Creare e coltivare una ricca rete di relazioni attraverso i social network, ma anche partecipando a eventi del vostro settore e rilasciando interviste alla stampa specializzata, è un investimento che, a medio e lungo termine, rende moltissimo – e contribuisce a mettere in rete una gran quantità di materiale rilevante che salirà nelle pagine dei risultati, scacciando in basso i siti dei vostri concorrenti.

Insomma, per dirla con le parole di Valeria Maltoni, non c’è nessuna bacchetta magica se non il lavorare bene e tanto :-)

Issue as I see it is that people still want the silver bullet. There is no silver bullet. It's called work :-)

Cinque modi per irritare i vostri clienti online

Posted in checklist on April 5th, 2010 by Alessandra Farabegoli – 6 Comments

Due dei libri più utili in assoluto per chiunque progetta siti web sono “Dont’t make me think” di Steve Krug e “Defensive design per il Web” di Matthew Linderman. Questi concentrati di buonsenso illustrano i più comuni errori da evitare nella progettazione online, soprattutto quando si arriva al momento di interagire con il visitatore che – magari – sta per acquistare qualcosa dal nostro sito.

Se però, senza leggere nulla, volete vedere dal vivo un esempio lampante di come NON si progetta un sito web, vi suggerisco di provare ad acquistare online un biglietto dal sito Trenitalia: in mezzora scarsa, avrete una checklist di “errori da evitare” paragonabile, per completezza, a quella che otterreste leggendo i sacri testi.

Dato che domani ho in programma una gita di famiglia a Firenze col trenino che parte da Faenza, oggi mi sono collegata per fare i biglietti, per me, mio marito e mio figlio; ed ecco la mia lista di orrori, facilmente evitabili se solo la gente lavorasse con la testa collegata.

1. Imponete limiti arbitrari all’acquisto di prodotti. Sul sito Trenitalia, si possono acquistare fino a 4 biglietti alla volta, non di più. Oggi io, per comprare 3 biglietti di andata e 3 di ritorno, ho dovuto pagare in 2 volte. Non è neppure possibile acquistare un unico biglietto cumulativo, come invece ricordo si poteva fare un tempo in biglietteria quando si viaggiava in gruppo o in famiglia: 1 adulto o 1 bambino alla volta.
Che senso ha questo limite? Qualcuno mi può spiegare perché una famiglia (di dimensioni minime) o un gruppo di persone o anche una persona sola che però voglia organizzare un tour da casa, acquistando in anticipo i biglietti per tutte le tappe, debba pagare in più tranches l’acquisto che, in biglietteria, farebbe in un colpo solo?

2. Non gestite i limiti che voi stessi avete imposto, e punite stupidamente chi non legge i vostri messaggi in corpo 8. Dopo aver acquistato il 4° biglietto (i due miei e i due di mio figlio), nessun blocco mi ha impedito di continuare a selezionare altri viaggi, e così ho prenotato anche l’andata e il ritorno per mio marito; ma, quando ho cliccato su “procedi al pagamento”, mi è comparsa questa videata:

dalla quale ho appreso di essere stata bloccata, e di dovere aspettare almeno un quarto d’ora prima di ricominciare tutto daccapo. Dopo aver inveito per un quarto d’ora, l’unico modo per riprendere l’acquisto è stato di scollegarmi e ricollegarmi, per vuotare il carrello. Qualche settimana fa, causa sciopero, avevo bisogno di cambiare una prenotazione; la prima volta avevo acquistato un biglietto BO-MI in Eurostar; al momento di cambiare, fra le varie opzioni proposte, mi sarebbe stato comodo scegliere il FrecciaRossa. Ma, dopo avermi permesso di scegliere l’opzione FrecciaRossa, al momento dell’acquisto il sito mi ha bloccato perché “l’opzione scelta prevede una differenza di prezzo”; differenza che naturalmente, fosse stato per me, avrei pagato senza battere ciglio, lo so benissimo che il FrecciaRossa costa di più..
Se non posso fare una cosa, mi deve essere impedito di farla. Punto. Non devo poterla fare e poi, a posteriori, scoprire che mi era vietata, e dover ricominciare tutto daccapo.

3. Parlate nel vostro gergo. Mentre acquisto il biglietto di un regionale, il menu a tendina della “scelta tariffa” mi propone una criptica “Tariffa A39/AS”. Apro la pagina di Aiuto sulla scelta tariffe, e non c’è traccia della Tariffa A39/AS, ma solo delle varie riduzioni. Dopo ricerca su Google, scopro che trattasi della tariffa intera dei treni regionali. Allora, per favore, chiamatela “Tariffa intera”, grazie.

4. Azzeratemi ogni volta le opzioni che ho già scelto. Sto acquistando dei biglietti. Ogni volta che torno alla pagina di scelta (sia per acquistare il biglietto di un compagno, sia per vedere orari diversi), le stazioni di partenza-destinazione sono state svuotate, e il campo “data del viaggio” è stato riportato alla data corrente. Se scelgo l’opzione “andata e ritorno”, dopo aver specificato la data di andata, devo comunque ridigitare anche quella del ritorno. Non ci vorrebbe molto a cambiarla automaticamente subito dopo che ho impostato quella di andata; se l’andata/ritorno è in giornata, mi avrete risparmiato un piccolo lavoro, e, in ogni caso, se parto fra una settimana difficilmente tornerò oggi, che dite?

5. Chiedete i dati in modo incoerente. Se acquisto un viaggio in Frecciarossa, e voglio farmi mandare il biglietto via SMS, devo scrivere il numero di cellulare tutto insieme in un campo unico, prefisso+numero. Se invece ho fatto un cambio di prenotazione, e voglio ricevere il nuovo biglietto via SMS, il numero di cellulare lo devo inserire scrivendo il prefisso in un campo, e il numero in un altro. Ok, ce la posso fare, ma perché dovete cambiarmi l’interfaccia per fare due operazioni che sono identiche?

Non oso immaginare come sembri l’acquisto online ai visitatori stranieri, che già saranno perplessi per la possibilità di viaggiare sul treno “ticketless” (dove “senza biglietto” significa in realtà “col biglietto inviato via SMS”; modalità valida “su tutti i treni” ma non su “Eurocity, EN, Intercity international, Express International and Regional trains.”, cioè fate prima a dire “lo potete fare su qualche treno, e vi avvisiamo volta per volta se potete farlo”).

Per risolvere questi evidenti problemi di usabilità, basterebbe applicare il buonsenso, e, dove questo non arriva, osservare qualcuno (che non sia il progettista del sito, o chi ne ha scritto il codice) alle prese con il nostro sito. Non farlo, dopo anni che si parla e si scrive di usabilità, user experience, user centered design, è semplicemente stupido, un dispetto alle persone che si dovrebbero trattare meglio: i nostri clienti.

Email che funzionano

Posted in buone prassi, checklist on March 11th, 2010 by Alessandra Farabegoli – 1 Comment

Dopo la serie di post sulle “presentazioni efficaci”, mi è stato suggerito di scrivere anche come creare email efficaci.

Ci ho riflettuto, e ho sfogliato per un po’ il mio archivio di posta elettronica, chiedendomi cosa distingue un email che funziona dalla pletora di spam e messaggi inutili che ricevo ogni giorno. Ne ho concluso che un messaggio email funziona se e quando il destinatario:

  1. lo distingue a vista d’occhio dallo spam, e quindi
  2. lo apre con l’intenzione di leggerlo
  3. ne comprende il significato e risponde di conseguenza
    (cioè inviando le informazioni e/o compiendo le azioni richieste da chi ha scritto)

L’ultimo punto presuppone il fatto che chi scrive si sia posto la domanda “cosa voglio ottenere con questo messaggio?”, e abbia chiara in testa la risposta.

Spendere anche solo qualche secondo per mettere bene a fuoco cosa vogliamo ottenere ci aiuta a fare la prima cosa importante: scrivere un “oggetto del messaggio” che sia chiaro e comprensibile, e non assomigli a spam o a un mailing di massa.

L’OGGETTO DEL MESSAGGIO

Quindi, se la regola numero zero della scrittura di email è quella di evitare di mandare messaggi senza oggetto (poche cose sono indisponenti quanto dover aprire un messaggio solo per capire di cosa parla..), vediamo come creare “oggetti efficaci” a seconda del nostro obiettivo.

Quando chiedete informazioni dite subito cosa volete sapere, evitando il generico “Richiesta informazioni”. Meglio specificare “Richiesta informazioni sui vostri corsi”, “Acquisto stampante laser – richiesta preventivo”

Se mandate un invito non scrivete semplicemente “Invito”, ma spiegate subito cosa, dove e quando: “Invito a seminario su Enterprise 2.0, 12 aprile 2010, Ravenna”.

Quando segnalate un problema ricordate che una sintetica descrizione del tipo di problema (esempio: “Problema sulle caselle di posta”, “Problemi imprevisti nello sviluppo del modulo e-commerce”) aiuta chi riceve sia a valutare l’urgenza della cosa, sia a decidere al volo se può gestirla direttamente o deve/può delegare la soluzione ad altri.

Quando spedite dei dati, invece di scrivere pigramente “Invio dati richiesti”, o addirittura “Dati”, specificate che si tratta di “Dati da mettere nella pagina CONTATTI del sito” o di “Dati per la fatturazione” o dei “Dati che mi hai chiesto per il report vendite”

Se avete bisogno di aiuto e chiedete a qualcuno di contribuire a un progetto, partecipare a un’iniziativa, mandarvi dei materiali, non conviene indisporlo menando il can per l’aia.. Con cortesia, ma in modo assertivo, arriviate subito al punto: “Puoi mandarmi i dati vendite dell’ultimo trimestre?”; “Vorremmo averti come relatore al convegno di giugno sul web marketing”; “Mi aiutate a organizzare la prossima GGD Romagna?”

IL MESSAGGIO

Evitate di scrivere email che hanno più di un obiettivo: se dovete mandare dei dati e anche prendere accordi per un appuntamento, scrivete due messaggi diversi, diminuendo la probabilità che che il vostro interlocutore vi risponda di fretta sul primo punto senza accorgersi del secondo (capita più spesso di quanto si possa immaginare…).

Se scrivete a qualcuno che non vi conosce bene, date qualche riferimento che lo aiuti a capire chi siete e a che titolo lo contattate: “Ci siamo conosciuti al seminario TalDeiTali; le scrivo perché, vista la sua esperienza nel settore XY, mi piacerebbe coinvolgerla in un progetto a cui sto lavorando”.

ALLEGATI

Vagliate con attenzione critica la necessità di *ogni*singolo*allegato*.

Se state per allegare un documento Word di mezza facciata, quasi sicuramente fareste meglio a copincollarne il contenuto dentro al messaggio stesso (verrà letto subito e rischierà un po meno di essere bloccato da un filtro antispam).

Non mandate mai allegati pesanti a persone che non ve li abbiano chiesti espressamente, soprattutto se non vi conoscono direttamente, a meno che il vostro obiettivo non sia quello di farvi odiare a prima vista.

CHIUSURA E FIRMA

Al termine dell’email, è quasi sempre oppurtuna e utile una last call to action che richiami il motivo del messaggio: “Mi auguro che voglia essere dei nostri, e se è così mi confermi la cosa chiamandomi o scrivendomi (trova sotto i miei recapiti)”; “Come ti scrivevo sopra, vorrei concludere il lavoro la settimana prossima, quindi ti chiedo di fare il possibile per mandarmi quei dati entro martedì”; “Può mandarmi il preventivo per email, e se ha bisogno di chiarimenti mi chiami pure in ufficio”.

La firma deve contenere gli elementi utili per sapere chi siete e come vi si può contattare; tutto quel che serve, e ben poco altro (i messaggi con due righe di testo e quaranta fra firma e disclaimer legale sono piuttosto ridicoli…)

LESS IS MORE

Se volete che le vostre email funzionino, scrivetene di meno.

Se qualcuno vi scrive cinque volte al giorno, tenderete dopo un po’ a cestinarlo filtrarlo automaticamente nella cartella “logorroici”; chi invece scrive una volta alla settimana, o una al mese, gode di un’attenzione ben più alta.

Social network, chat, Skype, SMS, Intranet, Yammer, sono tutti strumenti che possono aiutarvi a gestire le microcomunicazioni che “fanno andare avanti le cose”, senza intasare le caselle di posta.

A differenza della vecchia posta di carta, l’email costa apparentemente poco a chi la scrive, ma viene pagata da chi la legge con la moneta del tempo e dell’attenzione, oggi sempre più scarsa e preziosa: chiedetela quando serve davvero!

Farsi trovare

Posted in checklist on March 3rd, 2010 by Alessandra Farabegoli – 1 Comment

La settimana scorsa dovevo chiamare una persona con cui fissare un appuntamento, e, non ritrovando il suo biglietto da visita, sono andata sul sito della sua azienda. Sapevo già (l’avevo visitato qualche giorno prima) che si trattava di un rutilante sito tutto in Flash, categoria che odio, ma contavo comunque di trovare da qualche parte le informazioni di base. Con mio disappunto, invece, dopo una lunga esplorazione, mi sono dovuta rassegnare: né indirizzo né telefono. A quel punto, ho fatto una ricerca su Google, e, tramite Google Map, ho recuperato il numero di telefono, e ho potuto chiamare il mio contatto.

Il giorno dell’appuntamento, sono uscita di fretta, e ho impostato al volo il navigatore mentre facevo sosta al distributore. Ricordavo solo il nome della via, non il numero civico, ma ho pensato che, una volta a destinazione, sarei riuscita comunque a cavarmela.

Arrivata in zona, ho accostato a lato della strada e tirato fuori l’iPhone per cercare con calma il numero civico; dato che Flash sull’iPhone non funziona, il sito era inservibile, così sono andata direttamente su Google Maps.. e ho scoperto che l’indirizzo dell’azienda era senza numero civico! Così, ho dovuto di nuovo telefonare per riuscire ad arrivare.

Al termine della giornata di lavoro, mentre ci stavamo accomiatando, mi sono ricordata del problema, e ho segnalato la cosa al mio interlocutore; piuttosto stupito, mi ha subito chiesto di accompagnarlo dall’autore del sito, così ne avremmo parlato direttamente con lui.

Maledicendomi in silenzio (burrasca in vista), l’ho seguito, e sono arrivata dalla persona che aveva progettato il sito; quando gli abbiamo esposto il problema, la sua prima reazione è stato “impossibile!”; ha aperto il sito sul suo schermo 23 pollici (lo schermo principale, intendo; quello accessorio per i tools era un banale 17 pollici), dove, nell’angolo in alto a destra della videata principale, un bel link “contatti” apriva le informazioni che mi sarebbero servite.

Gli ho sorriso, e gli ho spiegato che io uso un MacBook 13 pollici, in cui parte dello spazio è occupata in permanenza dalle icone del dock in basso sullo schermo, e inoltre nel mio Firefox tengo quasi sempre visibili un paio di toolbar aggiuntive; di conseguenza, nel mio schermo il link “contatti” del loro sito risulta *sempre* irraggiungibile. Nel frattempo, il mio primo interlocutore era tornato nel suo ufficio, per provare il sito anche sul proprio notebook, e con sua grande delusione aveva scoperto che neppure da lui riusciva a vedere il link “contatti” (e non uscivano fuori neppure barre di scorrimento che permettessero di arrivare al punto); naturalmente non ci aveva mai fatto caso prima, perché raramente uno deve cercare il proprio indirizzo, ma, ora che gli avevo fatto notare la cosa, era piuttosto infastidito dall’inconveniente.

Punto sul vivo, il progettista ha iniziato a reclamare che l’area utile del sito era stata impostata nella dimensione minima di riferimento, 900×600 pixel, e che probabilmente la scomparsa del menu di servizio su schermi piccoli era sopravvenuta dopo alcune ultime modifiche; ho cercato di placarlo dicendo che ne ero sicura, e che comunque ero altrettanto sicura che avrebbero risolto velocemente la cosa, ma lui insisteva sul fatto che i 900x600px sono assolutamente il minimo sindacale, e che non esistono siti al di sotto di queste dimensioni; allora, sempre continuando a sorridere, gli ho detto che certamente era stata usata una dimensione minima congrua, ma che in ogni caso era necessario far sì che le informazioni essenziali “tenessero” anche in condizioni più ridotte. Sempre più arrabbiato, ha ribadito che la dimensione della pagina era giusta, e che se io avevo uno schermo piccolo alla fine era un problema mio; al che gli ho risposto che secondo me era più un problema loro, ma poi ciascuno è libero di pensarla come vuole, e ho chiuso lì la storia.

Morale: sicuramente voi non avete bisogno di questa checklist, ma preferisco non dare mai niente per scontato, quindi vi riassumo tre cose da tenere SEMPRE presenti quando realizzate – o fate realizzare – un sito web che sia utile (anche) per farvi trovare:

  1. non fate un sito tutto in Flash. Ci sono un milione di motivi per non avere un sito tutto il Flash, ma vi basti sapere che i siti completamente in Flash sono impermeabili ai motori di ricerca e non funzionano sull’iPhone (quindi i vostri clienti più “smart” non vi potranno visitare)
  2. controllate che i vostri indirizzi e recapiti siano trovabili in modo diretto e immediato: metteteli a piedipagina in tutte le pagine, e abbiate cura che ci sia una voce di menu / link / pulsante che porti inequivocabilmente a una pagina con le informazioni “contatti”, “dove siamo”, “come trovarci”
  3. controllate se e come siete registrati su Google Maps: molto probabilmente ci siete già, ma i vostri dati potrebbero non essere completi, o la vostra posizione potrebbe essere segnata in modo inesatto sulla mappa (questo capita spesso soprattutto se state fuori dalle zone urbane). Se ci sono inesattezze, registratevi sul Google Local Business Center, e sistemate i vostri dati: potete anche aggiungerne altri, e dare informazioni più complete e interessanti, aumentando la vostra “trovabilità”.

Questioni di firma

Posted in buone prassi, checklist on January 27th, 2010 by Alessandra Farabegoli – Be the first to comment

Quando arriviamo su un sito web da un link, partendo ad esempio dai risultati di una ricerca su Google, una delle prime domande che ci poniamo è “di chi è questo?”.

Eppure, ci sono molti siti che non danno una risposta chiara a questa domanda: magari l’offerta commerciale è chiara, ma chi siano gli autori è un mistero accuratamente nascosto.

Alcuni casi che mi sono capitati di recente:

  • navigo sul sito dell’autore di un commento, partendo dal link lasciato sul commento stesso; il sito è ben fatto, il portfolio lavori decisamente interessante, e l’autopresentazione fresca e intrigante; eppure, nonostante in tutto il sito si parli in prima persona (“ho progettato questo.., ho lavorato per..”), da nessuna parte riesco a trovare il nome e cognome del protagonista. Naturalmente, neppure il dominio è d’aiuto, perché si tratta di un “nome di fantasia” (un po’ come “commonsensedispenser.com”, in cui però il link alla pagina About si trova dappertutto). Se mi venisse voglia di contattare questa persona, non saprei come rivolgermi a lui/lei (suppongo dallo stile che si tratti di un “lui”, ma resto col dubbio..)
  • nella pagina “contatti” di un sito aziendale trovo solo l’email e un numero di cellulare; non ci sono indirizzo della sede, né mappa, e non capisco dove si trovi “fisicamente” l’azienda
  • mi arriva una newsletter, e nel campo “mittente” trovo un nome diverso da quello che compare nella firma in fondo al messaggio. Chi è stato a scrivermi? A chi devo rispondere?

Firmarsi in modo chiaro è uno di quei dettagli di cui si nota più l’assenza che non la presenza: se c’è, nessuno lo noterà, ma se manca molti ne saranno – anche inconsapevolmente – condizionati in modo negativo.

In alcuni casi poi è la legge stessa che ci impone di indicare chiaramente alcune informazioni: la Legge n.88 del 7 luglio 2009 stabilisce che le società per azioni, le società a responsabilità limitata e le società in accomandita per azioni devono indicare anche sul proprio sito web tutto ciò che è prescritto dall’articolo 2250 del codice civile, e cioè:

  • sede della società, ufficio del registro delle imprese presso il quale questa è iscritta e numero d’iscrizione.
  • capitale sociale: somma effettivamente versata e somma che risulta dall’ultimo bilancio
  • per le SpA e le srl, se la società ha un unico socio
  • l’eventuale stato di messa in liquidazione della società

Ma anche per le società più piccole e i freelance è consigliabile scrivere per esteso il proprio recapito e linkare a tutte le informazioni aggiuntive che possono aiutare chi ci legge a farsi un’idea di noi (ad esempio, il nostro curriculum in LinkedIn). Nome, indirizzo e recapito andrebbero scritti non solo nella pagina “contatti”, ma anche nel piedipagina o in una posizione in cui risultino presenti su tutte le pagine, anche quando se ne stampa una copia su carta.

Tenete in chiaro anche i credits del vostro sito, sia che ve l’abbia realizzato un’agenzia web, sia che l’abbiate costruito con uno strumento come WordPress: rendere merito a chi ha fatto il lavoro (anche se l’avete pagato) è un modo per rafforzare una relazione con un partner, e dare a chi guarda il vostro sito un’informazione in più.